Giuda nel cinema, prima del Vangelo secondo Judah di Massini

La ripresa comincia da lontano inquadrando il paesaggio del deserto del Negev che colma ogni orizzonte, per poi stringersi velocemente su Giuda, la sua voce tremula ma pronta a deflagrare in un rabbia che scaturisce dall’amore e dall’indifferenza infiamma anche il paesaggio, ora febbrile per il caldo che ne rende instabili le sinuose linee, come in una visione delirante. È il film del 1972 di Norman Jewison, Jesus Christ Superstar, adattamento cinematografico del celebre musical musicato da Andrew Lloyd Webber, osteggiato in Italia dalla Chiesa Cattolica per il suo Giuda così irriverente, così umano. Il film si conclude con la crocifissione ma l’unico che “resuscita” davanti a noi è proprio Giuda. Ormai già da anni il Vangelo di Giuda è entrato a far parte di certa contro-cultura, che passa da Jorge L. Borges (in particolare nel racconto Tre versioni di Giuda pubblicato nella raccolta Finzioni nel 1944) per arrivare proprio a Jewison, circoli non propriamente legati alla cultura gnostica e che non prendono in considerazione il fulcro teologico di questo Vangelo apocrifo, ovvero la liberazione dell’anima tramite la morte, ma bensì il ruolo infame di Giuda Iscariota, talmente fedele al Cristo da seguire ogni suo ordine ciecamente, fino al tradimento.

Jesus Christ Superstar di Norman Jewison, 1972

Eppure ancora oggi resiste l’immagine di un Giuda come sinonimo di slealtà e perfidia, perpetuata nell’immaginario collettivo sopratutto al cinema. Già in uno dei primi “kolossal” cinematografici Giuda riveste il ruolo di traditore per antonomasia. Con i suoi ventisette quadri divisi in tre rulli La Vie et la passion de Jésus-Christ è il primo film sulla vita di Cristo, prodotto nel 1903 e co-diretto dal francese Ferdinand Zecca, uno dei padri del cinema sperimentale assieme al conterraneo Méliès e lo spagnolo Segundo de Chomón. Il film non dura nemmeno un’ora eppure la figura di Giuda risulta tanto sconvolgente quanto la crocifissione stessa, densa di una tragedia che però lo giudica senza appello. È del 1920 il terzo film di un trentenne Carl Theodor Dreyer, Blade of Satans Bog, il suo primo successo danese che riesce ad incastonare in un racconto perfetto le sue immagini colme di un lirismo quasi lisergico, sebbene inquadrate col suo solido rigore formale. In questo caso Giuda, dopo aver visto la Maddalena pulire i piedi di Gesù, crolla in una crisi isterica che lo porterà al solito tradimento, angosciato sopratutto da quella visione così irragionevolmente sensuale.

King of Kings, 1967

Molto più piatto e quasi deprecabile il Giuda de King of Kings, epica produzione della MGM del 1961, remake spirituale del bellissimo The King of Kings (1927) di Cecil de Mille celebre per il suo finale apocalittico. Nel film del ’61 di un cinquantenne Nicolas Ray la figura di Giuda è costantemente legata alla quella di Barabba, che prima rinnega seguendo Gesù ma al quale capezzale infine ritorna per impiccarsi, denunciandone quindi l’indole furfante. Forse la prima e vera rivisitazione di Giuda alla luce del Vangelo apocrifo (di cui nel frattempo erano uscite molte interpretazioni secondo ogni confessione) è proprio il Jesus Christ Superstar di Norman Jewison citato all’inizio. Il regista di Send Me No Flowers fa di Giuda il vero protagonista della sua pellicola, i primi versi del film sono suoi «My mind is clear now/ at last / all too well / I can see / where we all / soon will be» (Adesso ci vedo chiaro / finalmente / fin troppo chiaramente / io vedo / dove tutti noi / presto finiremo) profetici proprio come quelli di un messia. Dopo la crocifissione Giuda e Gesù si ritrovano nell’aldilà, dove Giuda continua a vessarlo di domande che non trovano risposta, adesso è lui il vero intercessore dell’umanità verso Dio, l’apostolo rinnegato che non vede il suo amore ricambiato e i suoi sacrifici riconosciuti. Il Vaticano fece delle non celate pressioni perché il film non fosse distribuito in Italia o che venisse almeno censurato in alcune sue parti, sia perché Gesù era rappresentato in modo imperfetto, più umano che divino, ma sopratutto per quel Giuda così irriverente e fastidiosamente razionale. Forse questo è il momento più alto nell’iconografia contemporanea di Giuda l’Iscariota. Del 1988 è L’ultima tentazione di Cristo, uno dei film più controversi nella lunga e straordinaria carriera di Martin Scorsese, un regista che ha sempre vissuto criticamente la propria tradizione religiosa (Mean Streets, Al di là della vita, Silence) sperimentando fin da bambino il forte contrasto tra quella europea e quella protestante americana.

L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, 1988

Giuda è interpretato da un grande Harvey Keitel, ma il film è incentrato sul Cristo ancora più umano e persino patetico di quello di Jewison, Giuda nel film è effettivamente quello del Vangelo apocrifo. Questa è l’ultima volta che Giuda esce fuori dai suoi schemi predefiniti di traditore per eccellenza, il cui unico scopo è quello di intascare del denaro per poi crollare psicologicamente e suicidarsi (negandosi di fatto la possibilità di entrare in Paradiso secondo i dettami del cristianesimo), e anche stavolta viene da una pellicola oltreoceano, trovando spesso una discreta quando non feroce opposizione tra i credenti di molte confessioni. In fondo immaginarsi Giuda come fedele complice che, per permettere a Gesù di ricongiungersi col Padre ed espiare tutti i peccati del mondo si condanna ad una eternità di dolore, non piace a nessuno. Giuda sta bene così, nella sua superficiale veste di voltagabbana, debole per giunta; Giuda si uccide per la vergogna, mentre si perdona Gesù perché senza quel sacrificio non avrebbe potuto compiere il suo destino come Figlio di Dio, si perdonano persino gli Apostoli, che invece di sostenere il Messia nelle ultime sue ore lo ignorano, condannandolo all’indifferenza. L’unico che davvero comprende l’entità di quello che sta accadendo è proprio quel Giuda che sfida il destino e la dottrina, seguendo più che la fede un amore mai ricambiato.

 

Giuseppe Di Lorenzo