La ferita della bellezza. Intervista a Giovanni Guerrieri

Siamo nella chiesetta medievale di San Michele in Cioncio a Pistoia, scenario il 22, 23 e 24 dello spettacolo La ferita della bellezza di Luca Scarlini. Il regista Giovanni Guerrieri ci parla del lavoro, che affronta la vita del noto cantante pistoiese del Seicento Atto Melani.

Giovanni Guerrieri a sx. Ph Michelle Davis

Perché avete scelto di trattare la figura del pistoiese Atto Melani e qual è il rapporto tra il testo e la città di Pistoia?

Atto Melani, il protagonista di questa pièce di Luca Scarlini, fu una “rockstar” nel Seicento, una vedette internazionale. Castrato di famiglia pistoiese, ebbe due fratelli, Jacopo e Alessandro, anch’essi musicisti, ma la sua fama non fu nemmeno paragonabile alla loro: frequentò le corti internazionali prima come cantante evirato, poi come diplomatico e anche come spia. Tra gli altri, è stato molto vicino al Re Sole e a Mazzarino e ha potuto toccar con mano gli intrighi internazionali del suo tempo. Ritornò in varie occasioni a Pistoia, dove conservò degli interessi di famiglia.
Il testo, da un’idea di Massimo Grigò, uno degli attori, è stato scritto da Luca Scarlini, che ha pensato di avvicinare due fratelli in un dialogo: Atto, ormai ex-cantante e diplomatico affermato, e Jacopo, “integro”, ossia non castrato, per volere del padre che lo scelse per dare discendenza ai Melani. Tale confronto è arricchito da un terzo personaggio, una sorta di “fantasma della musica” interpretato dall’attore e controtenore Maurizio Rippa, che ci restituisce gli echi di quel mostro sacro che fu Atto Melani quando, ormai al tramonto della sua vita, osservava un mondo artistico che stava cambiando: le donne iniziavano a occupare i palcoscenici, la natura stava prendendo il sopravvento sull’artificio.

Perché La ferita della bellezza?
È un’idea di Luca Scarlini: è l’atto innominabile della castrazione. Sembra che Pistoia, in quegli anni, fosse la maggiore esportatrice di evirati a livello italiano e non solo. L’evirazione era una pratica consolidata che permise ad alcuni di ottenere grande successo, come ad Atto Melani, che divenne miliardario. La sua fama ricadde anche sulla sua famiglia: il fratello Giacinto, rimasto a Pistoia, godé dei benefici di Atto.

Cosa vi ha fatto scegliere proprio la chiesa di San Michele in Cioncio come scenario dello spettacolo?
Realizzarlo in questa chiesa è come far ritornare Atto Melani nel cuore della città di Pistoia: avevamo bisogno di un luogo intrigante e antico.

Quale lavoro hai svolto sul testo originale di Luca Scarlini anche insieme agli interpreti?
Scarlini è molto preparato su questo argomento, ha scritto diversi testi soprattutto scientifici sulle figure dei castrati – tra cui uno edito da Bollati-Boringhieri, Lustrini per il regno dei cieli – e ci ha dato molto materiale su cui lavorare. Noi l’abbiamo dovuto smontare e rimontare per poter tirar fuori questi due caratteri che all’inizio sembrano usciti da una commedia di Molière, un Molière illuminato a lume di candela. L’equilibrio pian piano si infrange per far sbocciare il dramma dei due fratelli: il senso di colpa di quello “integro” e l’affetto che li tiene insieme.

Ph Michelle Davis

Uno spettacolo sul personaggio storico o, in generale, sulla musica e sull’arte?
Direi sul personaggio, perché il testo è stato creato intorno alla sua figura. Abbiamo con noi uno straordinario clavicembalista, Manuel Gelli, che quando ha iniziato a suonare la prima volta ci ha immediatamente trasportati nel Seicento con pochi accordi. Lui, insieme a Maurizio Rippa, offre un assaggio della musica, che di tanto in tanto fa capolino rimanendo però un fantasma sullo sfondo. È il dramma tra i due fratelli il vero principio della pièce.

Trattandosi di una figura storica importante per la nostra città, inviterebbe a questo spettacolo solo i pistoiesi o pensa possa essere significativo per tutti?
Vista la bellezza della chiesa e l’allestimento penso sia uno spettacolo per tutti. La trama è scorrevole e gli ambienti e le atmosfere emotive sono particolarmente avvolgenti: per questi motivi non è uno spettacolo per operatori, ma per il pubblico. Certamente i riferimenti alla propria città, a luoghi che conoscono bene, sono colti in particolare dagli spettatori pistoiesi sollecitati nella dimensione affettiva.

 

Lapo Ferri